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Nel secondo incontro al Salone Parrocchiale gentilmente concesso per lo svolgimento degli incontri ai Boschi di Lari abbiamo avuto una diminuzione dei partecipanti; a detta di coloro che sono tornati dopo la prima esperienza, molti non sono venuti per cause "climatiche": dopo diversi giorni di freddo e brutta stagione, finalmente è arrivata una buona giornata e per le molte persone che si occupano delle "terre" è stata l'occasione per fare un po' di manutenzione invernale alla campagna cogliendo il timido solicello che inizia a riscaldare nell'aria ancora gelida. Erano comunque presenti, oltre al vulcanico scrittore e raccontatore di barzellette Benito Vaglini e al silenzioso ma coinvolto osservatore Cristiano Perillo, Loredana Bacci, Renza Cecconi e Marisa Brogi.
L'incontro si è avviato sulle differenze fra la comunità boschigiana di oggi e quella di circa cinquanta anni fa; il diverso modo di stare insieme, di essere uniti e come l'incontro della settimana precedente lo ha rievocato. Loredana Bacci ha raccontato la sua esperienza nella comunità di Chianni legata alle classi sociali, alle differenze fra le famiglie di provenienza e il peso sociale: un racconto legato al riscatto, alla possibilità anche della figlia di un operaio di essere la più meritevole della classe e poter piantare un albero, in occasione della festa degli alberi, che ancora oggi resiste.
Il discorso si è poi spostato sugli episodi sportivi e si sono susseguiti i racconti
legati alla passione per il ciclismo. Benito Vaglini ha scritto una storia del ciclismo larigiano e ha raccontato di quando era soprannominato "Rodani" per riuscire ad organizzare un gruppetto di corridori, trovare biciclette, sponsor e attrezzature e riuscire a portarli alle gare.
Molti sono stati i ricordi legati a ciclisti della zona come Lido Bendinelli, "Bistecca" e "Maggino", rigorosamente seguiti da schiere di appassionati tifosi.
Marisa Brogi ha raccontato del padre, tifosissimo di Bartali, che aspettava che lei da bambina andasse a trovarlo mentre era a lavorare la terra per raccontargli come era andata la tappa; il padre si sedeva e chiedeva se aveva vinto Bartali, invece capitava spesso che avesse vinto Coppi e che lo speaker radiofonico avesse scandito la solita frase: "un uomo solo al comando, i suoi colori sono biancocelesti, il suo nome è Fausto Coppi"(1).
Viene da riflettere sul fatto che anche se Coppi è ricordato come "il campionissimo" e Bartali solo come "Ginettaccio", la più bella canzone che raffigura l'interpretazione dell'italiano del dopoguerra è quella dedicata al secondo da Paolo Conte (2). Anche prendendo spunto dalle parole del cantautore astigiano, è Loredana Bacci a spiegare meglio la ragione della passione ciclistica degli italiani soprattutto nel dopoguerra: il ciclismo è impresa, fatica, è la lotta dell'uomo povero che col sudore e la volontà, mettendocela tutta, riesce ad arrivare, ad affermarsi, ad uscire dalla povertà e dalle difficoltà. E', forse, la lotta di un intero paese che vuole uscire dalla guerra, dalla miseria, la ragione di una lotta di classe per l'emancipazione dei contadini che diventano operai, cominciano a conquistare diritti e benessere, cercano e riescono ad arrivare dopo tanti anni in cui hanno visto correre solo i ricchi e i potenti. Loredana dice "è emergere e dimostrare di avere una forza".
Anche nei ricordi di Renza Cecconi ci sono le partenze per andare a vedere le tappe montane, per andare ad incitare il gruppo dei ciclisti che fatica e cerca di uscire per arrivare al traguardo.