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I centoventi mesi di servizio militare di Cremoni Angelo
Una guerra continua
Massimo Novi
8 maggio 2005

Il Progetto Madeleine, svolto dall'Auser di Lari con il finanziamento del Cesvot, il cofinanziamento del Comune di Lari e la partecipazione dello SPI-CGIL Lega di Lari e del CSA Pinokkio, sta completando il giro degli incontri per le frazioni del nostro comune, come testimoniato dal sito www.progettomadeleine.org su cui si trovano resoconti e fotografie. Grazie alla segnalazione del prezioso Enzo Gasperini, è stato possibile incontrare il signor Angelo Cremoni nella sua abitazione a Lari, per poter ascoltare e raccogliere una storia interessantissima legata alla sua esperienza personale, dall'alto dei suoi 92 anni di vita ("mica un'ora"). A 18 anni aveva provato ad entrare nella Guardia di Finanza ma, essendo in pieno ventennio, appena svolti i primi tre mesi di addestramento venne scartato "per motivi politici" in quanto il padre era uno dei "comunisti del '21". Chiamato nel 1934 per svolgere il servizio di leva, venne assegnato al 5° Artiglieria a Pola dove ha completato il periodo con le grandi manovre di rito; non doveva passare molto tempo a casa, perché nel 1935 la Patria lo chiamava ancora per andare a combattere in Abissinia e costruire l'Impero. Tornato finalmente a casa, il signor Cremoni, diventato sergente (verificare), è stato chiamato nel 1937 per una "esercitazione d'arme" in cui si insegnava ai soldati ad utilizzare i nuovi armamenti dell'esercito italiano. Tutto tranquillo fino al 1940, quando l'Italia è entrata in guerra al fianco della Germania che aveva invaso Polonia e Francia: Cremoni Angelo ha risposto anche questa volta, assegnato sul fronte francese per un breve periodo tutto sommato tranquillo, per poi tornare di nuovo a casa. Non solo per lui la guerra sembrava finita, ma serbava ancora brutte sorprese. Infatti nel 1941 c'è stata l'assegnazione sul nuovo fronte greco-albanese: il 41° artiglieria di Firenze venne inviato in guerra in Grecia per poi essere spostato sul fronte jugoslavo appena dichiarata la guerra anche a questa nazione. Come gli altri soldati, Cremoni Angelo ha fatto il suo dovere, fino allo sbandamento del 25 luglio e del successivo 8 settembre 1943, quando è stato fatto prigioniero e deportato in Germania insieme agli altri soldati che si rifiutavano di scegliere di combattere con la Repubblica di Salò. Quante facce, quanti nomi, quanti morti sono impressi nella memoria di quest'uomo, forse a confermare la sensazione di Hemingway per cui "le guerre sono combattute dalla più bella gente che c'è o, diciamo pure, soltanto dalla gente"(1). Gli ultimi due anni di guerra li ha trascorsi ad Hannover dove era impiegato in lavori civili ma sempre come prigioniero di guerra, per poi tornare a casa a primavera inoltrata del 1945. Per ragioni di spazio la storia qui riprodotta è stata semplificata ma può essere ascoltata su CD audio richiedendolo all'indirizzo madeleine@progettomadeleine.org oppure telefonicamente al 348 0074419. Al termine dell'incontro, chiedendo di provare a tirare le somme di questa esperienza che ha impregnato gli anni della gioventù, Angelo Cremoni ha detto: "cosa penso della guerra di ora? È una cosa facilissima. Per me la guerra che è stata fatta ora non è una guerra di conquista di potere, è una guerra - per conto mio - politi'a più che artro, è una guerra politi'a, perché, se si volesse la pace, come si mette le bandiere alle finestre, si troverebbe il verso. Prima ritirerei le truppe, secondariamente il marciume l'abbiamo nel nostro governo, di qualunque - rispetto tutte le opinioni - corrente." Forse Angelo Cremoni, reduce della guerra in Abissinia e della Seconda Guerra Mondiale, la pensa un po' come Ernest Hemingway, che aveva visto il fronte italiano durante la Grande Guerra, secondo cui "le guerre sono fatte, provocate e iniziate da precise rivalità economiche e da maiali che sorgono a profittarne. Sono persuaso che tutta la gente che sorge a profittare della guerra e aiuta a provocarla dovrebbe essere fucilata il giorno stesso che incominciano a farla." La memoria diventa strumento di comprensione solo se accompagnata da una riflessione critica sulla propria esperienza, solo se si riesce a stendere su un lenzuolo i molti frammenti che compongono la nostra esistenza e si riesce a costruire un senso.

(1)Dalla prefazione di “Addio alle armi”.


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