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Il viaggio nella memoria

Siamo le nostre storie, siamo i nostri racconti. Come mi ha detto una volta una giovanissima ragazza (soprattutto se paragonata all'età dei partecipanti agli incontri), "non siamo ma diventiamo"1. E, soprattutto, con gli incontri che abbiamo svolto è emerso distintamente che siamo tutti narratori e il nostro bisogno di raccontarci va al di là dell'età, della cultura, della classe sociale e dell'esperienza che abbiamo fatto. E' lo stesso principio che viene portato, in zone lontanissime del mondo, nell'ambito del teatro. Augusto Boal, fondatore del teatro dell'oppresso, ha avuto l'intuizione di spezzare lo spazio scenico e rompere quella divisione tra attore e spettatore, promuovendo la figura dello spett-attore, colui che può inziare a giocare il ruolo che fino a poco prima stava solo osservando2; l'esperienza a noi geograficamente più prossima è quella del Teatro Povero di Monticchiello3, in provincia di Siena, dove ogni anno tutto il paese viene chiamato a recitare e recitarsi in un "Autodramma ideato scritto e realizzato dalla gente di Monticchiello", promuovendo così l'idea di una comunità narrante che si rafforza, si riconosce e si ridefinisce attraverso il suo racconto. In questo senso abbiamo provato a condurre i partecipanti agli incontri ad esplorare gli sconfinati territori della memoria, senza tempo né spazio. Facendo riferimento all'esperienza di Monticchiello, è stato più semplice promuovere il racconto e riuscire ad aggregare partecipanti nelle frazioni collinari del comune di Lari (Boschi di Lari, Casciana Alta, Cevoli, Lari, San Ruffino, Usigliano) piuttosto che in quelle della zona pianeggiante (Lavaiano, Perignano, Quattro Strade). Anche le comunità hanno il loro ruolo nello sviluppare una cultura narrativa che trova terreno fertile in relazioni costruite negli anni, radicate sul territorio, dove ci si può prendere il tempo lungo dell'ascolto e del racconto, nel tentativo di trovare il proprio sentiero di parole mentre ci si sforza di ricostruire un certo episodio. In questo modo, ricordando e raccontando, si riesce a capire un po' meglio sé stessi, provando a curare le proprie ferite, riconquistando un po' della propria autostima e dignità, ricostruendo il senso, esistente solo a posteriori, della propria esistenza. Solo così è possibile ascoltare gli altri, solo così è possibile entrare più autenticamente in relazione, valorizzando l'altro per quello che è, senza richieste o pretese, ma assaporando soltanto il gusto di condividere quel percorso comune che è la vita. Sembra quasi paradossale, ma non è possibile entrare costruttivamente in relazione con l'altro se non attraverso una profonda cura di sé e allo stesso tempo non è possibile prendersi autenticamente cura di sé se non nella relazione con l'altro. E' un rompicapo?



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