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Una delle attività proposte è stata quella della costruzione di storie collettive a partire dalle storie individuali. Tra le altre frazioni in cui c'è stato sempre il tentativo di ricostruire l'identità paesana nel racconto di storie condivise, ho proposto ai partecipanti all'incontro a Usigliano di ricordare e raccontare cosa facevano durante alcuni passaggi cruciali della storia italiana: la Marcia su Roma, l'inizio della Seconda Guerra Mondiale, la Dichiarazione di Guerra agli Alleati, il bombardamento su Pisa, l'armistizio firmato da Badoglio, la Liberazione, il referendum tra Repubblica e Monarchia, le prime elezioni politiche del dopoguerra. Con Andrea Pieraccioni, osservatore del CSA Pinokkio, ci eravamo prefissi di cercare di capire come fosse passato il fascismo e la guerra da Usigliano, un piccolo paesino un po' isolato in mezzo alle colline. Come i paesani avevano vissuto quei momenti? Cosa era rimasto nei loro ricordi? Quali conseguenze, quali strascichi di certi episodi che noi, giovani, siamo stati abituati a leggere solo sui libri di storia o, al massimo, in qualche documentario in bianco e nero? In molti casi la Grande Storia era passata senza troppa consapevolezza, senza lasciare grossi segni, senza troppo significato per quella data che a noi, studenti e lettori, appariva come uno spartiacque netto; prima del 1° settembre del 1939 non c'era la guerra, dopo sì; fino al 25 aprile del 1945 l'Italia era battuta dalla guerra civile o di resistenza, dopo di che c'è stata la pace. Al contrario, il ricordo non era così netto, non c'era un vincolo stretto fra quello che rappresenta la data e il ricordo individuale delle persone che erano presenti all'incontro. Molto più significativa la cannonata nella stalla che aveva ucciso il toro o il tedesco che scoppiò a piangere nel ricordo di Marino Lattici. L'unico ad aver ricordato un nesso tra date ed episodi di storia personale è stato Mario Becucci che, al momento dell'armistizio, si trovava nel porto di La Spezia come marinaio e vide affondare la sua nave dai bombardamenti tedeschi. In questo modo abbiamo toccato con mano l'artificio del racconto storico, frutto anch'esso, come ogni racconto, dell'affinarsi di un punto di vista specifico che semplifica molti altri punti di vista. Le storie di ciascuno contribuiscono a fare la Storia che, certe volte, può essere condotta da grandi personaggi carismatici che sembra dirigano le sorti del mondo intero (basti pensare ai vari Hitler, Mussolini e Stalin) ma che in buona sostanza è il frutto della combinazione di tante volontà che fanno in modo che le cose vadano in una direzione o nell'altra. Credere che la storia venga fatta soprattutto dai grandi personaggi è, forse, solo il modo di liberarsi da responsabilità per le proprie scelte, le proprie azioni, per la diffidenza secondo cui "tutti sono uguali, tutti rubano nella stessa maniera"1. Fromm sostiene che i grandi totalitarismi degli anni Venti e Trenta del secolo passato siano stati il prodotto di un'inadeguatezza dell'individuo a far fronte ai grandi spazi liberi da vincoli materiali che la civiltà moderna gli offriva; per la prima volta di fronte a una così grande possibilità di scegliere, ha preferito costruire un mito che lo dominasse e lo rendesse nuovamente schiavo2. Anche Gandhi in buona sostanza, con la sua tecnica nonviolenta denominata Satyagraha, sostenendo che "i mezzi in fin dei conti sono tutto"3 proponeva una liberazione e un coinvolgimento di ogni soggetto umano nella definizione della convivenza, liberandosi dall'uso della violenza per regolare i rapporti e risolvere i conflitti. Utilizzare tecniche autobiografiche e promuovere la narrazione di storie di vita vuol dire credere che una socialità diversa sia possibile e un modo più pieno di relazionarsi all'altro possa diventare una ricerca continua nel corso dell'esistenza; uscire da un incontro in cui si è riusciti a raccontare parte della propria storia, ad aver ricevuto ascolto, a riordinare alcuni episodi ancora non chiari, vuol dire aver acquisito autostima e, soprattutto, dignità. Ogni convivenza e ogni azione sociale non possono prescindere dal bisogno di cure che ogni individuo ha e dalla soddisfazione di questo bisogno dipende la qualità della vita intorno a noi. Durante gli incontri, soprattutto i primi del ciclo svolto in ogni frazione, le facce e il modo di partecipare delle persone mutavano: all'inizio c'era tensione, diffidenza, incertezza, riservatezza. Bastava che qualcuno si aprisse un po' di più per scatenare una reazione a catena che portava ad aperture fino a pochi momenti prima inimmaginabili e a creare un clima di complicità e condivisione che dopo due ore stentava a spengersi. Al termine dell'incontro è capitato spesso che le persone continuassero a raccontare, magari a gruppetti, continuando a cercare delle orecchie che si prestassero all'ascolto. Dice De Gregori che "è tutta stesa al sole, vecchio, questa vecchia storia, e nella tua memoria"4. Oltre che essere sotto gli occhi di tutti, ma in maniera divera, è racchiusa nei cuori di ognuno; raccontare e raccontarsi è il modo per diventare consapevoli che, in qualche misura, si è stati parte e artefici della Storia di tutti5.