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C'è una grossa frattura fra i giovani di oggi e gli anziani. Non è il solito discorso sul "salto generazionale", non è un banale panegirico sulle nuove generazioni che "non hanno più valori" e sui vecchi petulanti e brontoloni che invidiano ai giovani le energie e la freschezza che avevano un tempo1. Se, da un lato, c'è sempre stata difficoltà a comunicare e ad entrare in relazione tra nonni e nipoti per la diversa prospettiva con cui si guarda al mondo, dall'altro bisogna riconoscere che la situazione contemporanea si è venuta a creare per la prima volta nella storia dell'umanità. Mentre, almeno fino alla fine del XIX secolo, di generazione in generazione erano state tramandate più o meno le stesse conoscenze, in un contesto sociale molto simile e con attività lavorative del tutto affini, con l'arrivo della rivoluzione industriale si è rotto, anche se lentamente, il legame millenario tra uomo e terra. I partecipanti agli incontri, raccontano ancora storie vive di mezzadria, di terra lavorata a mano, di spigolature per raccogliere fino all'ultimo chicco di grano nelle campagne falciate a mano. I più giovani intervenuti agli incontri, che oggi hanno poco più di sessanta anni, però parlano già con il riferimento alla vita in fabbrica, allo stipendio, alla possibilità di avere soldi in mano che non apparteneva in nessun modo alla vita e alla famiglia contadina tradizionale. Così si delinea già un salto generazionale tra i nati negli anni '10 e '20, cresciuti e diventati uomini in un mondo ancora soprattutto agricolo in cui lavorare la terra era la principale attività, e i nati negli anni '30 e '40 che sono diventati adulti entrando nelle fabbriche, soprattutto alla Piaggio ma anche nelle altre piccole industrie che sorgevano nell'area Pontedera-Ponsacco, avendo ancora nella memoria gli scassi nelle campagne e il ritmo più naturale, anche se tremendamente faticoso, della vita contadina. I giovani di oggi, nati negli anni '70 e '80, si trovano in un mondo ancora diverso rispetto a quello dei loro genitori, lontanissimo da quello dei loro nonni. Basti pensare all'utilizzo del televideo, del computer o del cellulare. Senza andare a toccare parabole satellitari, connessioni wireless o siti Internet! In buona sostanza, avevano molto di più in comune un nonno e un nipote del 1800 che non gli attuali, anche per ragioni anagrafiche; fortunatamente, con il progresso della società, la durata media della vita si è allungata, aumentando così anche la distanza di età, su cui influisce anche il fatto che i matrimoni avvengono più avanti con l'età e i figli hanno genitori più "maturi" rispetto alle precedenti generazioni. Durante gli incontri i problemi di comunicazione apparivano evidenti da parte di molti partecipanti: "nessuno crede alle cose che abbiamo vissuto, alla fame, alla miseria, alla guerra", "se lo raccontiamo ai giovani ci dicono che eravamo stùpiti", "i giovani non ci guardano nemmeno". In questo discorso, è fine ed acuta la riflessione di Franco Bertelli durante uno degli incontri a Cevoli: tutto è organizzato per separare gli anziani dai giovani, come per i locali e l'abbigliamento; ci sono negozi di vestiti per giovani, locali in cui vanno i giovani e sarebbe ridicolo che ci andassero gli anziani o che gli anziani si vestissero in quella maniera. In questo modo si accentua la separazione e diminuiscono le occasioni di incontro e le possibilità di scambio. Certo, questa non è una scusa, anche perché numerose persone riportavano la difficoltà di comunicare anche all'interno dello stesso bar di paese. Muovendosi così in un contesto difficile, essere riusciti a far partecipare almeno un ragazzo del CSA Pinokkio agli incontri autobiografici per gli anziani del comune di Lari, ha aperto uno spiraglio di comunicazione, facendo sperare gli anziani nella possibilità di incontrare e comunicare con i giovani, aprendo questi ragazzi e ragazze all'ascolto disinteressato di vissuti e storie di vita toccanti e profondi che non avrebbero creduto di trovare. Irene Campinotti, dopo il primo incontro a Lavaiano, ha scritto un resoconto immaginando gli anziani che si aprivano al racconto come "libri preziosi"2 in cui leggere la Storia e le storie. Andrea Pieraccioni, dopo uno degli incontri a Usigliano, ha espresso il desiderio di riuscire ad ascoltare di più e con maggior attenzione i racconti di suo nonno. Paola Guidi, dopo i tre incontri a Cevoli, ha detto di essersi affezionata ai suoi nuovi "nonni", non avendo mai conosciuto i suoi, e di aver ascoltato a bocca aperta le vicende che venivano raccontate, superando l'iniziale perplessità e timore di annoiarsi. E' possibile riuscire a dialogare, è possibile scoprire il contributo che anziani e giovani possono darsi, provando a mettere da parte giudizi e pregiudizi, tentando uno scambio paritario su ciò che accomuna ogni uomo vissuto su questa terra, nel presente o nel passato. Le ansie, le paure, l'incertezza del futuro, le aspettative verso la vita, i conflitti con i genitori, la ricerca dell'amore, i rapporti con l'altro sesso, la costruzione di un'esistenza. Tutti temi universali su cui un confronto aperto tra giovani e anziani non può che avere successo. Allora gli occhi del giovane si aprono per cogliere ogni dettaglio di chi ha affrontato le medesime difficoltà e, nonostante tutto, ce l'ha fatta. Allora il cuore dell'anziano si apre nel gesto più grande, donare la propria storia senza chiedere niente in cambio, perché possa essere utile a qualcuno dopo di lui che, sicuramente, ne conserverà memoria e ricordo per sempre. Dice Cicerone, richiamando Stazio, "semina alberi che gioveranno alla generazione ventura".