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Nella mia casa di cinquant'anni fa, entrando nella grande cucina si trovava accanto alla catena del camino un bel calderotto di rame oppure uno più grande detto paiolo sempre di rame, per fare delle grandi pulende di farina di grano turco.
Sull'acquaio c'era una mezzina di rame per portare l'acqua in casa e una brocca di sasso perché avere due mezzine era un lusso per i poveri.
C'era la madia dove ogni sette giorni si faceva il pane con la fina di grano; per illuminare gli ambienti c'era la lucia: un lume d'ottone con tre bocchette e tre lucignoli con l'olio che facevano lume.
C'era la moscaiola dove venivano messi gli avanzi del cibo per ripararli dalle mosche e da altri insetti.
La granata era di saggina detta però saina e la spazzatura veniva chiamata roccia.
Nei letti il materasso consisteva in sacconi pieni di sfoglie di grano turco e una seconda materassa chiamata coltre era fatta con le penne di gallina, le lenzuola erano di canapa e il coltrone di cotone serviva a ripararci dal freddo, inoltre si scaldava il dentro dei letti con il caldano pieno di brace attaccato con un gancio al trabiccolo o prete, per i bambini piccoli c'era il barcocchio: un attrezzo adattato al lettino affinché le coltri non lo soffocassero; c'era poi nelle camere anche il lavamano con brocchetto dell'acqua e una catinella di maiolica dove si lavavamo il viso al mattino, sotto il letto si tenevano i vasi sempre di maiolica per fare la pipì durante la notte poiché il gabinetto era sul terrazzino con il cesso alla turca che andava a scaricare nella concimaia; questi vasi erano chiamati orinali.
Nelle case coloniche c'era una grande stanza adibita a magazzino dove si riponeva stese sul pavimento le patate, il grano, il granturco, i fagioli, etc. etc. Come strumenti di misura e capacità si adoprava lo staio, si adoperava anche il vaglio e il colo a rete metallica, uno più largo e uno più fitto.
Andando in ciglieri cioè la cantina, si trovavano i moggi, le bigonce, il tinello, le botti, tutto fatto con doghe di legno massiccio; poi c'era lo zipolo che serviva per fare un buco nelle botti per prendere il vino; poi l'imbottivina, i barili, la pevera; il sudicio che si formava nelle botti era chiamato groma.
Poi c'era la còla che serviva per fare il vino dolce: vi si metteva il mosto e veniva filtrato dando il nettare bianco.
Arrivati nella stalla vi trovavamo il falcione che serviva a sminuzzare l'erba che le bestie dovevano mangiare; le vacche venivano tutte legate alla mangiatoia con il capretto che era una corda fatta con i fili di juta; quando si portavano a lavorare nei campi venivano attaccate al carro il quale era composto da un gradino, giogo, ritortola, ruote, acciani, martinicca, puntello, timone, pagliola...
Parole in disuso Tura: deviazione dei corsi d'acqua Bacìo: punto del terreno dove non batte mai il sole Solativo: punto del terreno dove batte sempre il sole Biscondola: posto soleggiato rivolto a sud, dove non arrivano i venti freddi Scrimolo: parte estrema di una parte piana Pigola: ritaglio di terreno dalla misura simmetrica Seccaiola: attrezzo di vimini atto a mettere al sole i prodotti da conservare seccati Una pertica di sole: l'orologio durante il lavoro dei campi Pandemonio: situazione confusionaria Damo o dama: fidanzato o fidanzata Mocciosi: piccoli ragazzini dispettosi
Questo scritto è stato realizzato da Pierina Martelloni e messo a disposizione del progetto durante l'incontro al Circolo ARCI di Cevoli.